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Friday, 13 February 2015

The Principles of Uncertainty

Sento l'urgenza di comprare questo libro.




Tuesday, 10 June 2014

Tuesday, 4 June 2013

Libri di primavera

Questa pazza primavera riserva alcuni piccoli piaceri. Le (rare) giornate giornate assolate, durante le quali la natura richiama e invita trascorrere il più tempo possibile all'aperto, si alternano a quelle (più numerose) giornate piovose in cui si preferisce starsene sprofondati sul divano a vedere la pioggia che batte sui vetri e annaffia le nostre piante (altrimenti stremate dal sole e avvilite dal pollice nero).
E cosa c'è di meglio che starsene a leggere indisturbati (prole permettendo) quando, non essendo consigliabile uscire per il meteo avverso, ci si può finalmente prendere una pausa dalla vita attiva?
Non mi capita spesso di trovare bei libri uno dopo l'altro, ma ultimamente sono apparentemente molto fortunata nelle mie letture, perchè i volumi che mi stanno capitando tra le mani sono uno più bello dell'altro.
Allora visto che è parecchio che non parlo di libri, è forse il caso di farlo adesso visto che alcuni di quelli che ho letto negli ultimi mesi sono davvero degni di nota.

Io sono il cielo che nevica azzurro: quanto è poetica questa frase e l'immagine che evoca? L'autrice la utilizza, oltre che come titolo, anche all'interno del suo libricino per citare un'aneddoto della sua infanzia, una tranche de vie che a tanti ragazzi di oggi può sembrare ambientato in un periodo preistorico. Non lo è, io non sono nata nel 1945 come la Guareschi ma ho trascorso la mia infanzia in campagna (seppur vicinissima alla città) e più che i mezzi e il modo di vivere nelle sue parole ho ritrovato le atmosfere, il senso di libertà, la leggerezza dell'infanzia: i tempi lenti, il gioco libero e spontaneo, le attività non programmate: tutte cose che, diciamocelo, in questa epoca di facebook, ds, psp, di cortili vuoti, di calcio-alla-scuola-di-calcio e danza-alla-scuola-di-danza sono rarità.

Come una specie di sorriso.
Piccola premessa sull'autrice, Lella Costa. Pur conoscendola solo attraverso i media (non ho ancora avuto la fortuna di assistere mai a un suo spettacolo dal vivo) ho da sempre una stima smisurata per questa donna dalla memoria prodigiosa, dalla proprietà di linguaggio ammirevole, dalla dialettica inarrivabile, dalla sensibilità e attenzione al mondo femminile incomparabile. Leggendo i suoi libri e i suoi articoli pubblicati qua e là, ho maturato per la Lella una vera e propria adorazione. Quindi la mia opinione su questa sua nuova fatica non è stata scevra di pregiudizi (ovviamente tutti positivi), successivamente confermati dalla lettura, che definire piacevole è sminuente.
In questo libro la Costa parla di un campo che lei conosce a menadito: l'ironia, che, citando Romain Gary e' sinteticamente e sapientemente definita come l’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che gli capita. L'ironia per l'autrice è una forma di libertà, è un modo per non lasciarsi sopraffare dagli eventi, per fornire un cambiamento di sguardi e prospettive, praticamente un "salvavita".
Il libro, come è nello stile della Costa, è pieno di rimandi, suggerimenti letterari, di riferimenti ad altri libri, altri luoghi, altri autori, che fanno venir voglia di cercare, leggere, scoprire anche oltre la lettura di questo volumetto. La specie di sorriso del titolo (citazione da De Andrè) rimane anche anche una volta terminato il libro, il cui limite, è - purtroppo - la sua brevità (Lella, ti prego, scrivi di più!).

Norwegian Blues.
E' stato il primo libro che ho letto di Murakami e l'ho trovato un libro "pericoloso", perchè provoca dipendenza (è scritto in modo così coinvolgente che è difficile staccarsene) e perchè conduce quasi ipnoticamente su sentieri molto impervi (il rapporto vita-morte, il lato oscuro della morte, l'entrata nella vita adulta, la follia). Può essere considerato superficialmente un libro di formazione, intellettuale e sentimentale insieme, ma in realtà è molto di più. Confesso che spesso i riferimenti continui al suicidio e ai dettagli espliciti di natura sessuale mi hanno un po' inquietata, ma pur nella complessità dei temi e la presenza di elementi non del tutto gradevoli, ho amato molto questo romanzo, e trovo che sia uno dei più affascinanti, profondi e suggestivi che abbia mai letto, perchè, insieme, coinvolge e sconvolge.

Stoner.
La straordinarietà di una vita normale. Ecco un'altro di quei libri che lasciano il segno, non per la storia che è tutt'altro che straodinaria, anzi, è quasi banale, senza eventi particolarmente significativi, senza la suspence che di solito tiene incollati alla pagina, ma colpisce per il modo magistrale in cui è scritto. Lo leggi e ne vieni catturato, vieni avvolto dalla semplicità di un uomo che vive una vita qualunque, come in fondo è la nostra. Ci si identifica, con Stoner, come se si trattasse un amico fraterno che si trova a vivere una vita che non merita, e si vorrebbe spronarlo, incitarlo a non lasciarsi avvolgere dalla banalità del mondo che lo circonda, a non lasciarsi prendere dall'apatia, a vivere e non sopravvivere. Così come si farebbe con un amico a cui vogliamo bene, appunto, o con noi stessi.

La somma dei giorni.
Che ami la Allende non è un segreto. La amo sia nei suoi romanzi impregnati di realismo magico, sia nei libri più autobiografici (come questo) in cui racconta della sua strampalata famiglia. La cosa che più mi sorprende di questa scrittrice è come la sua vita possa essere considerata la sintesi perfetta di tutti i generi e sottogeneri letterari: la tragedia, la commedia, la parodia, la farsa, il grottesco, il teatro dell'assurdo. Leggi i suoi testi e non ti capaciti di quante e quali esperienze di vita lei e coloro che le stanno intorno abbiano vissuto finora, alcune anche parecchio bizzarre. Isabel sembra attirare nella sua tribù le persone più eccentriche ma al tempo stesso interessanti e profonde.
Il libro è la descrizione della vita del suo clan dopo la morte della figlia Paula, cui l'autrice si rivolge raccontando cosa lei e la sua famiglia allargatissima hanno combinato in sua assenza. Quello che ne viene fuori è un romanzo epico, che a tratti fa ridere, a tratti fa piangere. Come la Vita, ecco.


Wednesday, 22 May 2013

Cose (futilissime) che succedono di questi tempi a queste latitudini

Sto leggendo (a singhiozzo ma con grande piacere) Stoner. Si tratta del mio primo ebook, quindi sono ancora nella fase di "sperimentazione del nuovo". Finora posso dire che i pregiudizi che avevo nei confronti della lettura da schermo non sono stati confermati. Alla fine posso dire di riuscire a sopportare benissimo di leggere un ebook per quella mezz'ora al giorno prima di addormentarmi, o al mattino appena sveglia (unici due momenti in cui riesca a leggere checchessia): lo schermo e' illuminato e la lettura senza altre fonti luminose non sembra darmi particolarmente fastidio. Una nota lievemente negativa c'è: per leggere non uso un reader, bensì un iPad, che, mi dicono, non è la stessa cosa ( a quanto pare la qualità di lettura è migliore nei reader), e qualche volta mi sono trovata nell'impossibilità di leggere il mio libro perché l'ipad, appunto, era in mano ad altri utilizzatori, o perché era scarico. Ma tutto sommato niente di grave.
Una parola sul libro, Stoner: bello. Nel mio invisibile registro da maestrina dalla penna rossa ho già scritto un +; che davanti ci metta un 7, un 8 o un 9 è ancora da vedersi. Mi riservo di dare un giudizio più approfondito alla fine visto che al momento mi mancano ancora una cinquantina di pagine. A proposito di pagine, la cosa che più mi diverte degli ebook, è che a seconda dell'inclinazione dell'iPad cambia il numero delle pagine, quindi volendo possiamo scegliere di leggere in verticale o orizzontale a secondo di quanto vogliamo farci durare il libro.

Ho comprato questo vestito, perché mi piaceva la sua aria un po' retro, tutta trine e pizzi della nonna. A onor del vero mi è stato finanziato da mia madre, che' io se un vestito supera i trenta euro lo considererò sempre fuori budget e non lo comprerò per quanto possa piacermi (a meno che qualcuno, come in questo caso, si offrisse di regalarmelo per il compleanno).
Mi è arrivato qualche giorno fa e l'ho provato subito per vedere l'effetto che fa. Il giudizio alla prima prova è stato: carino! Quello della seconda: non male. Quello della terza (e ultima): potrebbe starmi meglio.
Come si può notare dalla foto la particolarità di questo vestito è la scollatura sulla schiena. Ebbene, ho scoperto che questo genere di abiti, così accollati, non mi sta particolarmente bene. Ho provato a indossare il vestito al contrario, e tutto sommato non era male, se non fosse per l'elastico in vita che tendeva a tirare verso su. Poi, non essendo esattamente filiforme, subisco il penoso confronto con la modella che indossa l'abito, alla quale sta infinitamente meglio che a me. Per dire, l'aria romantica che il pizzo regala alla figura della modella, fa sembrare me la sua trisavola.
Per cui, dopo giorni di indecisione, pur essendo fortemente combattuta, ho deciso di renderlo, salvo pentirmene parzialmente per le immani difficoltà che ho avuto per riuscire a completare il modulo sul sito e a stampare l'etichetta (evidentemente il mio computer non era d'accordo con la restituzione, ma alla fine ho vinto io). Pur avendo comprato su internet un'infinità di volte, si tratta della prima in cui decido di restituire qualcosa, e visto che non amo molto dover tornare sui miei passi, mi riprometto, in altra occasione, di cercare di essere più sicura dei miei acquisti prima di portarli a compimento, per evitare, in caso, di perdermi nuovamente nell'odioso impiccio del reso.

Dopo la partenza un po' in sordina, il crescendo, cui ho assistito, della minifiction "Una mamma imperfetta" mi fa affermare senz'ombra di dubbio di poter essere annoverata tra gli aficionados della serie. La puntata di oggi (n°13) sul finale mi ha fatto ridere fino alle lacrime, tanto che la mia figlia minore mi si è avvicinata e prendendomi le cuffiette di mano mi ha chiesto curiosissima "Mamma, pecchè hidi? Voglio sentihe anch'io..."

La scuola sta finendo (e un anno se ne va, aggiungerebbero i Righeira). Stiamo per entrare ufficialmente nella settimana "calda", quella dei giudizi finali, dei saggi, dei concerti di fine anno (perché a pianoforte si sono inventati anche questa), delle riunioni informative sui campi estivi (scout). Noi donne di casa ci apprestiamo a lasciare la capitale (senza il lavoratore indefesso, che rimane a Roma a lavorare ancora più indefessamente), una volta concluse la miriade di attività di fine anno. La destinazione è come al solito la casa dei nonni, ma le vacanze prevedono anche qualche ritorno al vertice e spostamento tecnico.
Non so se ci riuscirò ma quest' estate vorrei riposarmi attivamente (un ossimoro che non sono mai riuscita a mettere in pratica come volevo), leggere, creare, osservare cose belle.
Fusse che fusse la vorta bona.

Nonostante siamo oggettivamente al 22 maggio il generale inverno ha fatto la sua ricomparsa dalle nostre parti. Mentre scrivo il cielo si è oscurato a tal punto che ho dovuto accendere la luce e tuona e lampeggia e piove come se non ci fosse domani. E pensare che non più di dieci minuti fa c'era il sole e, fiduciosa, mi sono detta: finisco questo post ed esco. Maledetta primavera!

Giochiamo a Photo Booth?

Thursday, 25 April 2013

Ultimamente

Ultimamente è arrivata l'estate. E' durata due settimane, poi è tornato l'autunno (con tempismo perfetto, direi, se consideriamo che avevo appena messo da parte con fatica immane la roba pesante). In questo momento invece sembra primavera, chissà quanto durerà.
Ho capito che oramai il nostro stare bene o male dipende tutto dagli sbalzi di temperatura, e da come il nostro organismo riesce ad affrontarli. Ecco, il fisico di H., evidentemente provato dalla stanchezza di inizio primavera, non ha retto e si è ammalata, il giorno dopo la grande caccia del suo gruppo scout (che tra l'altro potrebbe esserne la causa: rimanere 8 ore sotto il sole non fa sempre questo gran bene).


Fortunatamente la malattia ha avuto breve durata, visto che la sua agenda fittissima di impegni non le permetterebbe di stare troppo tempo a riposo.
E' passato il Natale di Roma, e ne abbiamo le prove.


Io ho preso relativamente bene questo cambio stagione (nonostante le mie ormai tipiche e altamente inutili lamentele per il fatto che non esistano le mezze stagioni). Malgrado la fiacca e il mal di testa, il mio umore ha gioito del sole, delle ore trascorse all'aria aperta, del fatto di poter dismettere i cappotti.
La sonnolenza tipica di questo periodo non mi ha impedito di riappassionarmi alla lettura, grazie a un libro di Murakami che mi aspettava da lunghissimo tempo paziente nell'angolo di libreria riservato ai libri ancora intonsi. Un libro dal quale quasi non riuscivo a staccarmi, che mi ha fatto tornare la voglia di leggere. E dire che in realtà lo avevo già preso in mano mesi fa, e abbandonato dopo poche pagine. Evidentemente quello non era il suo momento.
In questi giorni mi capita di pensare ai viaggi. A quelli che ho fatto finora e a quelli che mi piacerebbe fare. Per una ragione che non so spiegarmi mi riaffiora alla mente il viaggio a Istanbul, le sue atmosfere, i suoi colori. Nonostante ci sia stata abbastanza recentemente e abbia ancora tanto mondo da vedere, non mi dispiacerebbe tornarci. Ma in realtà non sto programmando nè progettando alcun viaggio, non è il momento, e del resto non è neanche nello stile della mia famiglia il progettare alcunchè: noi, non si programma, si parte e basta.
Da qualche giorno abbiamo una macchina nuova. La nostra scatoletta a quattro ruote è stata adottata da mia madre, quindi la rivedremo in estate. Confesso che la nuova arrivata non mi è ancora entrata nel cuore, ma del resto è arrivata tra noi da pochissimo, spero che presto abbia modo di farsi apprezzare. Quale migliore occasione di una bella gita in occasione di questi giorni di festa? Chissà...

Monday, 15 April 2013

Una al giorno

Non ho mai amato particolarmente la poesia, le ho sempre preferito, salvo dovute eccezioni, la prosa.
Sono una persona evidentemente prosaica, anche se se sono spesso vaga, con la testa tra le nuvole.
Amo, tra i poeti, quelli che sono più ancorati alla realtà, che non si perdono troppo in incomprensibili metafore, quelli che meglio riescono a rispecchiare nelle loro opere il quotidiano, con le sue gioie e i suoi dolori, quelli che dicono le cose come stanno, e Wisława Szymborska è una di questi. Non c'è mai volta in cui non mi riconosca un po' in quello che scrive, non c'è volta in cui mi trovo a leggere che non mi fermi ad annuire, e a pensare che non solo ha ragione, ma che lo dice in modo encomiabile. Riesce a maneggiare le parole con una maestria unica.
Come un'amica che non hai, un'amica che ti parla e ti dice esattamente quello che senti, quello che provi, che ti parla delle difficoltà del vivere ogni giorno un nuovo giorno, che smaschera le tue contraddizioni con ironia, senza però sconvolgerti o offenderti, perchè è come te, e siamo tutti nella stessa barca, tutti abitanti di questo pazzo pazzo mondo.
Ce ne vorrebbe una al giorno, di poesie di questa poetessa dal nome impronunciabile. Per sentirsi meno soli.

C'È CHI

C'è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più, 
perché dietro quell'attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po' lo invidio
- per fortuna mi passa.

Wisława Szymborska da Basta così (Adelphi)


Monday, 28 January 2013

Winter blues

Malinconico. Se dovessi cercare un aggettivo per definire gennaio sarebbe questo. Lo so, mi si potrebbe dire "coraggio, sta per finire: manca poco", ma a dire il vero, non è che il mese che segue mi abbia mai trasmesso questa gran joie de vivre, visto che per un motivo a me ignoto la festa tipica di febbraio, cioè il carnevale, momento solitamente gioioso e spensierato, mi mette puntualmente un'inspiegabile tristezza. Penso che ciò sia dovuto essenzialmente al clima: vedere le "allegre mascherine" imbacuccate per il freddo e quasi totalmente nascoste dagli ombrelli aperti per ripararsi dalla pioggia (che in quei giorni arriva puntuale come una cambiale) mi ha sempre fatto sorgere la domanda (puramente accademica): "ma perchè non spostare il tutto a un mese un po' più benevolo climaticamente parlando? (ma lo so, il carnevale deve necessariamente stare prima della quaresima, come ultima botta di vita prima della contrizione e del rigore quaresimale). I vizi e i lazzi sono propri di Febbraio (qui a Roma iniziano già dopo le feste natalizie) e qui devono restare. Già, i lazzi, gli scherzi, ne vogliamo parlare? Mi chiedo: gli scherzi non dovrebbero essere divertenti? Non dovrebbero esprimere un certo sense of humour, irriverenti, sì, ma non pericolosi per chi ne è vittima? Cosa c'è di divertente nell'episodio che abbiamo vissuto giorni fa quando uscendo da un ristorante in cui eravamo stati a cena ci siamo visti lanciare addosso uova crude (che per la cronaca hanno beccato di striscio A. e le hanno inzaccherato il cappottino)?
Ma torniamo ai primi mesi dell'anno e a quello che me li rende malinconici (perchè io sono una che pensa, eh, si fa domande, eh, si interroga, eh, anche sui dilemmi più insignificanti e scontati). Ho stilato una lista, che non mi si venga a dire che non indago, non approfondisco, non sviscero. Eccome se sviscero, come sviscero io non sviscera nessuno.
Lista dei motivi per cui i primi due mesi dell'anno sono preda dei "Winter Blues":
° Gennaio vede ancora un  ultimo strascico di feste natalizie, per la precisione quello strascico di feste natalizie in cui il mood oh-quanto-è-bello-il-Natale ha ceduto il posto oh-ma-che-palle-il-Natale (pardon my French!). Chi come me considera una forma di tortura anche solo il dover rimettere a posto le decorazioni natalizie, sa di cosa parlo.
° I propositi per il nuovo anno. Ormai li fanno in pochi. Io personalmente ho smesso da un pezzo, perchè non c'è cosa che metta più tristezza della consapevolezza di non essere in grado di mettere in pratica neanche un progetto per l'anno appena iniziato. Perchè siamo incoerenti, poco pragmatici, inconcludenti, mediocri, che a volte, è vero, ci si mette di mezzo l'imprevisto, ma il più delle volte l'imprevisto siamo noi.
° I bilanci. Gennaio, tempo di bilanci: si ripensa all'anno appena trascorso e si lista mentalmente ciò che di buono (o di cattivo) si è fatto per migliorare la propria vita. E a volte, come nel mio caso, si caccia un urlo disperato e sofferente.
° Il freddo. Ma più che il freddo la pioggia, i cieli plumbei che non promettono niente di buono, i giorni della merla, il fatto di dover limitare le uscite all'essenziale perchè non vedi che tempo che fa? Quelle tristesse!
° Il francese. Mi si dirà, ma che c'entra il francese. E' che per me il francese è la lingua malinconica per eccellenza, una lingua che in passato ho tollerato a stento e che mi son dovuta far piacere per forza di cose, visto che è l'unica con cui posso comunicare con mia suocera, che guarda caso è qui da due settimane e rimarrà qui fino a fine febbraio. E io che ho sempre sperato che fosse l'inglese (lingua ben più dinamica e fresca) a far parte del nostro lessico familiare, mi ritrovo invece a parlare (con grande fatica) e a sentir parlare il francese, la lingua dello struggimento e dello spleen.
° E' statisticamente provato che gennaio e febbraio sono i mesi in cui la gente muore più frequentemente.
° "L'imprevedibile viaggio di Harold Fry". Recentemente ho letto questo libro e l'ho trovato bello, commovente, emozionante, interessante, ma anche terribilmente malinconico. Mi ha fatto pensare molto e mi ha scatenato tenti e tali ricordi personali da crearmi una tempesta emozionale fortissima. Forse sarebbe stato meglio leggerlo in un altro periodo dell'anno.
° Le pagelle incombono. E le maestre caricano gli alunni di compiti prima delle indispensabili verifiche. Non che temiamo i risultati delle schede: la nostra è una scolara seria e diligente, ma ha spesso bisogno di spinte e ha una tale avversione per le tabelline da riportarmi pericolosamente alla mente, col suo bel carico da novanta di angoscia, quella che avevo io per la stessa materia alla sua età. Confesso che ogni volta che leggo sul diario "ripassare le tabelline" mi viene automaticamente l'istinto di battere ripetutamente la testa al muro.

C'è un'antidoto alla malinconia? Se c'è io non l'ho ancora trovato, ma di palliativi ne esistono a bizzeffe. Io ne faccio un uso smisurato quanto mai inefficace. Ma sempre meglio tentare.

Saturday, 20 October 2012

Consigli di lettura: 6-8 anni (prima parte)

Come annunciato, eccomi con la lista dei libri più amati da queste parti. Per facilitarmi il censimento ho pensato di dividerli in alcune parti. Questa è la prima:

Pippi Calzelunghe di Astrid Lidgren. Pippi è stato il tormentone dell'infanzia di H., che di questo personaggio non si fatta mancare niente: dalla visione del telefilm ad nauseam al costume faidatè, dallo spettacolo (splendido) a teatro alla lettura del libro. Con l'età questa dipendenza si è (fortunatamente) ridimensionata, ma a quanto pare ha contagiato la sorella più piccola.

Matilde di Roald Dahl. Storia di una bambina innamorata dei libri. Chi non ha almeno una volta incontrato nella propria vita una cattivissima signorina Spezzindue? Chi non ha mai sperato di ricevere il provvidenziale aiuto e la comprensione di una Signorina Dolcemiele ? (che già il nome...)

Il Trattamento Ridarelli di Roddy Doyle. Mai essere cattivi con i bambini, altrimenti si rischia di esser a propria volta puniti dal trattamento Ridarelli. Questo libro fa parte delle da-noi-denominate "storie di cacca", la cui definizione non ha il benchè minimo riferimento alla qualità delle storie (tutte apprezzabili), ma al fatto che tutte parlino in qualche modo di escrementi e affini. Le storie di questo genere, per un motivo che non mi spiego, ci attirano particolarmente. Questa, in particolare è superba. Da morir dal ridere.

L'incredibile storia di Lavinia di Bianca Pitzorno. Per la serie "storie di cacca", ecco una bambina che riesce a trasformare, all'occorrenza, ciò che vede nel "simpatico escremento". Finalmente una rivisitazione ironica e a lieto fine della piccola fiammiferaia (chè, non me ne voglia Andersen, ma nella versione originale è da tagliarsi le vene).

Mirabell di Astrid Lindgren. Amiamo la semplicità di questo libro. La dolcezza delle figure. La linearità della storia. Semplicemente bello.

Amelia e lo zio gatto: Indagine alla PMI di Anna Lo Piano. Per chi ama le storie avventurose, per giallisti in erba, per piccoli ecologisti, ecco una storia che unisce l'abilità narrativa di Anna Lo Piano con la maestria artistica di Chiara Nocentini. Cosa chiedere di più?

Alice nelle figure di Gianni Rodari. Storia breve ma gustosissima come sempre quando si ha a che fare con Rodari. Adorabili i disegni di Anna Cantone che descrivono con brio le avventure trasversali di questa bambina nel mondo delle fiabe.

La timida Timmi di Vivian Lamarque. La timidezza, la scuola, il valore dell'amicizia, come affrontare le inevitabili paure del diventare grandi: ecco gli ingredienti che rendono questo libro godibilissimo.


The incredible book eating boy (L'incredibile bambino mangialibri) di Oliver Jeffers. Il testo è molto divertente ma le illustrazioni, ah, le illustrazioni!! L'ho mai detto che adooooooooro Oliver Jeffers?

L'innamorato - Rébecca Dautremer. Cosa vuol dire essere innamorati? A questa domanda cerca di rispondere questo volume dalle illustrazioni superlative della Dautremer. Uno di quei libri che viene voglia di sfogliare molto spesso per sognare e volare con la fantasia.

Alla prossima!

Friday, 19 October 2012

Confessioni di un'acquirente impenitente

Lo confesso.
Io che faccio tanto l'anticonsumista, che dispenso sermoni e perle di saggezza sulla necessità di limitare gli oggetti che fanno parte della nostra vita, che non sa apprezzare un regalo che non abbia una qualche utilità o necessità, che sgrida (invano) l'adorato consorte quando torna a casa con l'ennesimo gadget tecnologico, che cerca di seguire uno stile di vita semplice - magari non propriamente francescano - ma più essenziale, privo di orpelli e COSE che ingombrano l'esistenza e la mente, IO - dicevo - quando si tratta di un certo tipo di oggetti, sono incapace di resistere all'acquisto e mi trasformo nella peggiore degli acquirenti compulsivi. Gli oggetti in questione sono di forma prevalentemente rettangolare, sono fatti di carta e cartone e fiumi di inchiostro, danno (spesso ma non necessariamente) soddisfazioni intellettuali e non solo, ma - ahimè - occupano spazio.
(Per coloro che non siano riusciti a risolvere questo difficilissimo indovinello: sto parlando di libri!)
Se consideriamo le volte in cui mi lamento di avere una casa piccola e troppo ingombra, dovrei cessare immediatamente di comprare, ripiegando totalmente sulle biblioteche (che comunque frequento abbastanza spesso). Ma niente da fare: alla fine il culto del libro-oggetto e la sua voglia di possesso la fanno da padrone! E' un vizio, questo, al quale non so rinunciare, e di cui mi compiaccio sempre di più. Salvo poi, disperarmi quando, come accade spessissimo, non riesco a trovare più spazio in casa.
Ma alla fine mi ingegno, sposto, accumulo, trasferisco, trovo il modo. Una soluzione (per quanto "arrangiata") si trova sempre.
Le librerie (comprese quelle online) per me dovrebbero essere no limits, perchè ogni volta che vi entro devo fare uno sforzo indicibile per contenermi. L'unico deterrente all'acquisto di solito è il il costo spesso eccessivo dei libri unito al fatto che io sia notoriamente... ehm... spilorcia, avara, taccagna... insomma: una specie di Paperon de' Paperoni al femminile, il che mi porta ad acquistare libri solo quando sono in edizione economica, o fanno parte di una qualche promozione (cosa rarissima da quando -sgrunt! - è passata la legge sull'editoria), o condizionando terribilmente chi voglia farmi un regalo a Natale o al compleanno pretendendo che mi si regali solo libri da me segnalati (alla faccia del dono spontaneo).
Da quando sono entrata nel circolo vizioso della letteratura per l'infanzia, poi, tendo ad acquistare non solo per me, ma anche per le mie figlie, tanto che, poco alla volta, stanno acquisendo una tale quantità di volumi da far invidia a tante biblioteche comunali.
La cosa che apprezzo di più di questa sindrome ossessivo-compulsiva è che grazie ad essa ho scoperto libri bellissimi di cui non avevo mai sentito parlare, sia perchè ai miei tempi non erano ancora stati pubblicati, sia perchè le mie letture infantili si basavano più sui classici. Adesso posso dire di avere tanti libri che possono tranquillamente essere annoverati tra i classici moderni.
Ogni tanto mi viene il dubbio che questa enorme quantità di libri da cui H. e A. sono circondate a un certo punto non faccia venir loro una specie di rigetto, sebbene in realtà anche la casa dei miei è stata sempre piena di libri, e penso che sia stato proprio quello che mi ha fatto venire l'amore per la carta stampata. Tra l'altro, devo dire che (finora) H. mi ha dato tante belle soddisfazioni appassionandosi a molte storie che abbiamo letto insieme, e da quando a cominciato a leggere da sè non va mai a dormire senza un libro (o un Topolino) in mano, e la piccola è tutto un "mamma 'eggi 'ibbo" (traduzione: mamma, leggimi un libro).


Vista la mia personale mania degli elenchi (purchè non si tratti di elenchi di cose da fare, che tendo puntualmente ad ignorare), ho pensato di stilare una lista dei libri più amati negli ultimi anni da me e mia figlia maggiore. Chissà che non possa essere utile a qualcuno che voglia regalare un libro a una bambina della stessa fascia di età (o a me, per ricordare in questa bolgia di carta stampata, cosa abbiamo letto di interessante).
Ho diviso la lista in gruppi di libri che pubblicherò di tanto in tanto assieme a un breve commento, ma senza la pretesa che diventi una rubrica fissa (chè, mi conosco, non avrebbe seguito).
L'età di lettura, 6-8 anni è puramente indicativa, perchè anche bambini più piccoli, o più grandi (come me) possono apprezzare queste storie.
Domani pubblicherò la prima tranche, quindi se anche voi avete bambini cui volete trasmettere l'amore per la lettura o semplicemente siete bambini dentro (cosa assolutamente apprezzabile), preparatevi ai nostri consigli di lettura!



Tuesday, 11 September 2012

Scene di vita rurale e madeleines

La mia madeleine é un filoncino di pane di grano con un filo d'olio e un pizzico di sale. Caldo, fumante, appena uscito dal forno a legna, dalla strana a forma a igloo, piccolo antro che sputa i filoncini da mangiare subito, bollenti a tal punto da scottarsi le mani, e conserva gelosamente per un giorno il resto del pane destinato alla dispensa, quello che poi diventa duro e necessita di essere bagnato per poter esser consumato.
Il ricordo che quel pezzo di pane porta con sè è quello di mattinate finesettimanali trascorse entrando e uscendo dalla stanzetta vicino al forno dove mani dosavano le farine, mani impastavano, mani modellavano la pasta, infine mani infornavano. 
Mani creavano da pochi, semplici ingredienti quello che, dopo una mattinata di fatica e chiacchiere, si avvicinava al cibo degli dei. 
Il giudizio degli adulti, a operazione ultimata, aveva sempre un che di negativo: troppo salato, troppo sciapo, troppo cotto, troppo crudo, troppo denso. Il giudizio di noi bambini, mai richiesto, quindi sempre inespresso, era invece sempre positivo: se solo avessimo avuto la possibilità di formularlo avremmo detto "buonissimo, delizioso, impareggiabile", ma già senza esprimerlo a parole avrebbe potuto essere dedotto dalla foga e l'entusiasmo con cui ci avventavamo sulle ciambelline e i pani decorati fatti espressamente per noi.  
Ancora oggi penso che non ci sia sapore migliore di quello del pane di grano appena uscito dal forno, arricchito e completato da olio e sale. Un cibo di una semplicità estrema e di una bontà altrettanto estrema.













Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario.
Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?
(...)
E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray ( giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.

La vista della focaccia, prima d'assaggiarla, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s'era disgregato; le forme - anche quella della conchiglietta di pasta - così grassamente sensuale sotto la sua veste a pieghe severa e devota - erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d'espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.
(Proust - Alla Ricerca del Tempo Perduto)

Friday, 27 July 2012

Libri d'estate (prima parte)

L'estate è la stagione delle letture. E' quella in cui, a volte illudendosi di "avere più tempo", gli amanti della lettura come me si dedicano a quei volumi che li aspettano per tutto il resto dell'anno. L'unico deterrente è, almeno per quanto mi riguarda, il caldo, che, inibendo il funzionamento dei pochi neuroni rimastimi, mi spinge non considerare minimamente la lettura di testi impegnativi. E' quindi per colpa della canicola (e nel resto dell'anno per colpa della mancanza di tempo) che i volumi "intimidenti" come guerra e Pace rimarranno intonsi a prender polvere in un angolo della libreria in attesa del momento giusto che chissà se arriverà mai.
Ma come rifuggo dai libri che richiedano troppo sforzo intellettuale, di solito salto a piè pari anche quei volumetti un po' "fuffa", i cosiddetti "libri da ombrellone", quei libri con improbabili storie d'amore o avventura con intrecci che non stanno nè in cielo nè in terra, dal contenuto discutibile e scritti con uno stile e un linguaggio inconstistente. A parte il fatto che già la definizione "da ombrellone" non mi si confà affatto, perchè io non riesco mai a leggere libri sdraiata sulla spiaggia, che non sopporto la sabbia che si infila tra le pagine, l'orrore di trovarmelo bagnato dagli schizzi dei bambini, la luce esagerata che mi obbliga a leggere con gli occhiali da sole che mi scuriscono la pagina, il sole che picchia, il caldo che fa sudare, le urla dei vacanzieri (in particolare quelli con prole costantemente in acqua)..
Insomma, i libri che amo leggere d'estate sono leggeri e da svago ma anche intelligenti, e sono contenta del fatto che, seppur in tempi molto diluiti, sto dando fondo a una serie di libri davvero interessanti, che comprendono sia fondi di libreria della casa dei miei, sia libri di mia proprietà che ho comprato durante le mie visite al sud-sud e lasciati in standby, sia, ancora, libri regalati al parentame con la tattica (geniale) del "ti-regalo-un-libro-della-mia-wishlist-e-poi-me-lo-faccio-prestare".
Ecco cosa ho letto finora:
Marco Venturino, Cosa sognano i pesci rossi. Lotta per la vita in un reparto di terapia intensiva. Interessante per chi come me ha un numero considerevole di persone vicine che lavorano (o hanno lavorato) in ambito medico, ma emozionante e toccante un po' per tutti. Le luci e le ombre della vita ospedaliera, l'umanità, le meschinità, la generosità, gli interessi economici, la speranza, l'illusione, la paura: un libro che parla del conflitto quotidiano tra la vita e la morte sia dal punto di vista del paziente che da quello di coloro che lo assistono. Un libro non facile ma in cui ci si ritrova facilmente visto che a tutti presto o tardi capita di misurarsi, direttamente o indirettamente, con la malattia e la precarietà dell'esistenza su questa terra.

Khaled Hosseini, Mille splendidi soli. Avevo letteralmente divorato "Il cacciatore di aquiloni" scovato in biblioteca ai tempi in cui vivevo a Londra. Come non amare anche questo, che ti proietta in una realtà, quella afgana, che sembra remota ma è attualissima? E' un libro avvolgente e coinvolgente che celebra l'innata forza delle donne ela loro capacità di risollevarsi anche dalle situazioni più estreme.

Leo Ortolani, Due figlie e altri animali feroci. Gioie e dolori dell'adozione. Un libro seriamente divertente che mi a strappato alcune risate ad alta voce (cosa che non mi accade di frequente con i libri) e mi ha ricolmata di tenerezza.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi. Racconti di viaggio, reportage, articoli, recensioni letterarie. Ho trovato questo libro alquanto disuguale e non sempre ho compreso la scelta di includere capitoli che sembrano avere poco a che fare col viaggio tout court (anche se, del resto, lo stesso autore nella prefazione definisce "spuria" la natura di questa raccolta).
Ma nel complesso è un libro molto evocativo e, se non posso dire di averne apprezzato ogni singola pagina, contiene capitoli che per perfezione di scrittura e espressione emotiva sono valsi la lettura del libro intero (vedi il capitolo "Le mie Azzorre").
Dalla Nota iniziale: "Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perchè posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita. Costantino Kavafis lo ha detto in una straordinaria poesia intitolata Itaca:il viaggio trova senso solo in se stesso, nell'essere viaggio. E questo è un grande insegnamento se ne sappiamo cogliere il vero significato: è come la nostra esistenza, il cui senso principale è di essere vissuta."

Saturday, 16 June 2012

Ascolta il mio cuore

E pensare che se non avessi avuto figli, e in particolare due bambine, non avrei mai conosciuto Bianca Pitzorno (della quale adesso adoro persino il nome "candido" e il cognome, con la curiosa esoticità dei suoi gruppi consonantici!).
Non avrei scoperto i suoi libri, non avrei conosciuto i suoi straordinari personaggi, non avrei rivissuto, attraverso i suoi racconti, la mia infanzia, la scuola, le amicizie preadolescenziali, lo studio, i giochi, la vita quotidiana senza tecnologia, senza impegni extrascolastici giornalieri.
Mi sarei persa la descrizione netta e precisa e precisa di un mondo che non mi appartiene del tutto (ai miei tempi non si andava più a scuola con il grembiule nero e non si scriveva con inchiostro e calamaio e le differenze sociali all'interno delle classi non erano così marcate) ma che in un certo senso, come modo di essere, mi appartiene tanto. Non avrei potuto suggerirne la lettura a mia figlia (la grande), invitandola a riconoscere le differenze e i punti in comune tra la scuola di allora e quella di adesso, e facendole scoprire che quello che non è cambiato per niente è lo spirito, il carattere delle persone, i sentimenti, i moti dell'animo umano, le emozioni. I bambini di oggi sembrano diversi solo se li si osserva superficialmente, ma se si va in profondità si scopre che sono uguali a quelli di un tempo, con quello spirito di giustizia, di solidarietà, di amicizia e desiderio di scoperta che poi, purtroppo, crescendo va scemando.
Per fortuna ci sono i libri della Pitzorno e le mie figlie a ricordarmi quel grande pozzo delle meraviglie che sono i bambini.

Ascolta il mio cuore è uno di quei libri per ragazzi di cui si dovrebbe consigliare la lettura agli adulti per ricordar loro che per essere persone migliori il più delle volte è meglio che questi imparino dai bambini che viceversa.

Thursday, 2 February 2012

"Ieri mi sono comportata male nel cosmo"

E' scomparsa ieri la poetessa dal nome impronunciabile, scoperta dieci anni or sono grazie a una collega, polacca anche lei. "Ma come? Non conosci la  Szymborska? Io la adoro." La curiosità mi ha aperto un mondo d'incanto, e da allora l'ho adorata anch'io.

Disattenzione (Wislawa Szymborska)

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.

Ho passato tutto il giorno senza fare
 domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo 
l’altro, incombenze,

ma senza un pensiero che andasse più in là

dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché

-
e da dove è saltato fuori uno così
-
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro

oppure (e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.
Su un tavolo più giovane da una mano d’un giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,

ma già in uno spazio lasciato per sempre.
È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,

benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:

un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal

e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.


Tuesday, 17 May 2011

L'incredibile bimbo mangialibri

Ho scoperto Oliver Jeffers sul web, come quasi tutte le perle libresche in cui mi sono imbattuta negli ultimi anni. Ho già parlato di quanto ami i suoi personaggi con le gambe a bastoncino e la testa grande, le sue illustrazioni aventi come sfondo carte millimetrate, fogli di quaderno, pagine di libro, come in uno scrapbook. The Incredible Book Eating Boy (presente anche nella versione italiana - ma da me preferito di gran lunga in originale) è un condensato di tutto questo.
La storia è, come sempre nei libri di Jeffers, molto semplice: si parla di un bambino che mangia libri. Ne mangia talmente tanti da avere una indigestione, allora comincia ad usarli in modo più convenzionale, traendone giovamento fisico e grandi soddisfazioni intellettuali.
I disegni sono infantili, abbozzati, ricordano molto quelli dei bambini piccoli (i ragnetti, per intenderci) e proprio per questo sono dolcissimi e buffi.
Un libro che parla dell'amore per i libri non poteva non trovare posto nella mia libreria. Anche H. lo ha molto apprezzato, soprattutto per l'ironia che vi si trova. La cosa che le è piaciuta di più è il morso sulla copertina e l'avvertenza: Don't eat this at home!

Monday, 7 March 2011

Non avevo capito niente

Non avevo capito niente era presente nella mia "lista dei desideri libreschi" da poco dopo sua uscita. Ne avevo sentito parlare alla radio in un'intervista con l'autore, De Silva, e subito lo avevo incluso tra i libri da acquistare. Una escursione in libreria in cui ho constatato che il costo del libro ammontava a ben €16 mi aveva fatto temporeggiare (sì, lo so, sono tirchierrima, ma non sono l'unica a sostenere che i libri appena usciti costano troppo). Ovviamente sono ricorsa all'opzione biblioteca, ma senza successo. Del libro non ne avevano neanche sentito parlare. Quindi ho messo da parte per mesi e mesi il pensiero di acquistarlo fino a quando, durante il mio ultimo viaggio in aereo ho notato un tipo (distinto, elegante, con la faccia da avvocato - che poi, in seguito, ho inevitabilmente collegato al protagonista del libro) che sembrava notevolmente divertito dal libro che aveva in mano, che ho riconosciuto essere proprio il famigerato libro di De Silva.
Penso che non ci sia pubblicità migliore per un libro che vedere qualcuno che gode visibilmente della sua lettura.
Spinta da questo segno indicatore, finalmente mi sono decisa a comprarlo (ma in edizione economica, a un prezzo ragionevole). E, devo dire, è stato un acquisto di cui non mi sono pentita, essendo un libro gustosissimo e divertente.
Il protagonista è tale Vincenzo Malinconico (nomen omen?), avvocato semi-disoccupato, un po' sfigato, alle prese con problemi economici, sentimentali, lavorativi, affrontati un po' con atteggiamento lassista, indeciso, sconclusionato e vagamente cialtronesco, un po' con spirito analitico. Malinconico si abbandona continuamente a una serie di speculazioni filosofiche e digressioni sui più disparati argomenti: sè stesso, il rapporto di coppia, la società, la camorra, la musica, il cibo, etc. La propria e l'altrui vita quotidiana viene analizzata e commentata di continuo.
Il risultato è un libro che fa tanto ridere e a tratti riflettere, mantenendosi sempre sulla linea di una scrittura leggera, scorrevole, ironica ma non priva di contenuti.

Saturday, 22 January 2011

Accabadora

Contrariamente a quanto indicato nella lettera a lui rivolta, Babbo Natale quest'anno ha deciso di regalarmi tanti libri (evidentemente le 8 ore di sonno ininterrotto dovranno aspettare).
Santa ha dato uno sguardo (come avevo suggerito l'anno scorso) alla mia wish list di anobii e ha accontentato i miei desideri libreschi.
Tra i tanti libri ricevuti c'è anche Accabadora, di Michela Murgia, una giovane scrittrice sarda che già avevo visto per caso e apprezzato alle Invasioni Barbariche. Devo dire che mi sono avvicinata a questo libro con lo scetticismo che mi prende ogni volta che sto per leggere un libro di un autore nuovo: è accaduto spesso che scrittori emergenti acclamati dai lettori non incontrassero i miei gusti, e anche in questo caso, pur avendo apprezzato gli interventi televisivi della Murgia, temevo che come scrittrice mi deludesse.
Ma i miei dubbi sono stati subito fugati: il fatto che sia riuscita a finire questo libro in un paio di giorni, presa da una autentica smania di portarlo a termine, dice tutto.
Al di là della storia in sè (che affronta un tema antico ma evidentemente sempre attuale), la trama (che mi sembra efficace, anche se nella seconda parte ho notato dei tentennamenti) e l'ambientazione (la Sardegna rurale, con il suo fascino misterioso), quello che più mi ha colpito è il modo in cui la Murgia racconta la storia: il suo esprimersi attraverso un linguaggio completamente estraneo alla letteratura contemporanea, un linguaggio "ornato", ricco e suggestivo, dal sapore antico, in cui ogni parola è portatrice di senso e significato.
Dopo tanti libri così così, sono contenta di aver potuto leggere un libro dalla scrittura così poetica ed evocativa.
E' bello scoprire che esistono ancora libri capaci di riconciliare il lettore con la letteratura contemporanea.

Thursday, 16 December 2010

Fiore e Spina

Quel giorno l'aurora apparve limpida e chiara.
Quel giorno soffiò una brezza delicata e leggera.
Quel giorno l'aria era calda e profumata.
Quel giorno si alzò il sole più luminoso di tutti i tempi.
Quel giorno nacque una principessa.
Ed era bellissima.
"La chiameremo Fiore" decisero i suoi genitori.
"Principessa Fiore".
"Principessa Fiore".

"Principessa Fiore".
Il vento bisbigliava il suo nome.
L'erba lo mormorava.
Il fiume lo cantava.
E i fiori lo danzavano sugli alti rami degli alberi.

Ecco l'incipit del libro "Fiore e Spina" che ho avuto la rara fortuna di vincere alla splendida Pesca dei libri organizzata dal blog della libreria Centostorie la settimana del mio ritorno a casa dall'ospedale, dopo la nascita di A. E' stato un regalo più che gradito perchè è stato annunciato in un momento particolare della nostra famiglia, in cui avevamo tanto da festeggiare: oltre alla nascita di A., anche il compleanno del papà e di H. (il fatto che sia arrivato un po' in ritardo, non toglie nulla al valore del regalo).
Già l'inizio suggerisce il fatto che si tratti di un libro delicato, che parla d'amore e dei talenti che ognuno di noi possiede. Un libro che ho molto caro e che ho letto più volte (anche insieme ad H., che ha molto apprezzato) letteralmente affascinata dalle parole e dai meravigliosi disegni che vi si trovano.
Grazie e ancora grazie alle organizzatrici della Pesca che regalano sempre dei gioielli libreschi di bellezza straordinaria.


Tuesday, 9 November 2010

Falling through the days

What's going on.
You're tired. You're still trying to get breastfeeding to be smooth and easy for both of you. Your body has started to heal. You're trying to cope with visitors as well as looking after the baby. You're in a dreamworld. FORGET THE BLOODY HOUSEWORK.
You'll find that the tiny outfits that fitted in the first week of birth start to get too small (the baby outfits, not yours).
...
Lenght and weight? Oh who cares. Forget the statistics for a minute. Every day your baby's getting closer to becoming a social being who sleeps more and doesn't cry so much (although the amount of crying reaches a peak at about six weeks old). So every day you're getting closer to the time when you can get some more sleep. Live in the moment, as babies do. Forget about what you have to do tomorrow or next week.
Take it one day, even one hour at a time, sister.


Kaz Cooke, The Rough guide to Pregnancy and Birth, pp.384-5.

Thursday, 7 October 2010

Leggendo: Malamore

Malamore. Esercizi di resistenza al dolore. Le donne, i loro uomini e la violenza.
"Ma ti pare questo il libro da leggere nel tuo stato?"
Questa domanda mi è stata posta dal mio adorato consorte, quando alla fine di una classica crisi di pianto da sbalzo ormonale, ha dato uno sguardo al libro ancora aperto sulla pancia.
Ovviamente non è stato il libro a farmi piangere, ma forse non è un'osservazione stupida quella che vorrebbe che io mi occupassi di altre letture, almeno per un altro mese.
Questo, intanto, l'ho terminato.

E' un libro giusto, Malamore, opportuno. Perchè tratta della violenza sulle donne, argomento di cui parla spesso la cronaca, ma non abbastanza la letteratura o la saggistica (se non nei risvolti più morbosi e non utili alla comprensione), probabilmente perchè si tratta di un tema scomodo, sgradevole e oscuro. Di questo argomento, più che soffermarsi sugli aspetti truculenti, è più utile indagare i risvolti psicologici che portano molte donne a sopportare la violenza fisica o psicologica: quella sindrome della crocerossina, quell'atteggiamento materno protettivo che viene riservato ai propri compagni, cui si perdona tutto, anche la mancanza di rispetto nei propri confronti. E' questo, a parte la violenza in sè, sicuramente il risvolto più interessante del problema: capire le ragioni che portano tante donne a sopportare in silenzio anche le più grandi atrocità - un atteggiamento che viene poeticamente descritto nell'introduzione, che secondo me è, insieme agli ultimi capitoli, quella in cui la De Gregorio eccelle (come dimenticare la bellissima introduzione ad un altro suo libro: Una madre lo sa, che ho letto decine di volte e che mi colpisce sempre per la sua chiarezza e veridicità?). Il resto, sono storie di ordinaria violenza, che va da quella fisica, ingiustificata e crudele, a quella psicologica, come il mobbing o la denigrazione nell'ambito familiare, passando dal masochismo, attività nella quale alcune di noi sanno eccellere, vittime del loro stesso atteggiamento passivo.
La De Gregorio racconta tante storie, legate a personaggi di fiaba e fumetti, a personaggi reali famosi, o a persone che lo sono diventate tristemente perchè sono finite sulle pagine di cronaca. Non le ho apprezzate tutte, ma sicuramente ho apprezzato lo sforzo a non giustificarne l'atteggiamento passivo, la tendenza a subire, sottostare, rimanere immobili nel non agire. Mi è piaciuto il tentativo di dare una spiegazione storica e persino fisiologica al non ribellarsi. Forse l'autrice non c'è riuscita fino in fondo, visto che il cervello delle donne è abbastanza... imperscrutabile, ma ha gettato un sassolino nello stagno, utile per mettere in risalto un problema che leggiamo di fretta sulle pagine di cronaca, e poi mettiamo via senza pensarci più.

Ecco, libri del genere servono (a parte farsi venire una crisi di pianto quando si è incinte), anche a capire direttamente o indirettamente, quanto sia importante crescere i propri figli e le proprie figlie al rispetto di sè e degli altri (in quest'ordine..).

“Il malamore è gramigna, cresce nei vasi dei nostri balconi. Sradicarlo costa più che tenerselo. Dargli acqua ogni giono, alzare l’asticella della resistenza al dolore è una folle tentazione che può costare la vita.”

Sunday, 16 May 2010

A volte ritornano

When I got pregnant, one of the first friends who I told had just one piece of advice: "Whatever you do, don't read any of the books".
Of course, I disregarded this at once (disregarding advice comes even more naturally when you are pregnant) and went out and bought a squillion pregnancy books and sat down to discover about the miracle of a new life. Which was when I started to see what she had meant.

(Quando sono rimasta incinta, una delle prime amiche a cui l'ho detto mi ha dato un consiglio: "Fai qualsiasi cosa, ma non leggere nessuno dei libri".
Ovviamente, l'ho immediatamente ignorato (ignorare i consigli viene anche più naturale quando sei incinta) e mi sono precipitata a comprare un triliardo di libri sulla gravidanza e mi sono impegnata a scoprire il miracolo di una nuova vita. E' stato allora che ho capito cosa intendeva.)

Durante la mia prima gravidanza mi sono comportata esattamente come sopra descritto. Trovandomi a Londra, città in cui, ho notato le pubblicazioni su gravidanza e parto abbondano (anche perchè l'utenza è molto più ampia che in Italia, visto la più consistente quantità di nascite), e in cui si trovano biblioteche e librerie in ogni dove, ho letto tutto il leggibile sulla gravidanza il parto e (una volta nata mia figlia) su puericultura e pedagogia (anche se, ad essere onesti, nel post-partum le letture si sono molto diradate, per ovvie ragioni..).

Non che quello che ho letto mi abbia poi effettivamente preparata a quello che mi aspettava, ma in quel momento ero convinta che un minimo di informazione fosse preferibile a un "salto nel buio". In alcuni casi, forse avreipotuto fare a meno di leggere quei manuali che spiegano tutto senza però informarti di niente, quelli che ti terrorizzano o quelli che al contrario, minimizzano qualsiasi cosa, quelli che contengono le foto del parto, quelli che hanno un linguaggio troppo "clinico" e brutale, quelli che hanno un linguaggio troppo poetico e idealizzato, come se quei nove mesi debbano essere necessariamente i più belli e meravigliosi della tua vita...
Dalla mia esperienza (precedente e attuale) posso dire che la gravidanza è un concentrato della propria esistenza, che - come tutte le esistenze - sono piene di alti e bassi: ci sono momenti in cui ci si sente belle come dee, momenti in cui copriresti tutti gli specchi di casa pur di non vedere la tua immagine sformata e informe riflessa, momenti in cui ti senti in armonia col tuo corpo, momenti in cui in questo corpo non ti riconosci affatto e ti verrebbe da urlare "Restituitemelo!!!", momenti in cui ci si sente piene di generosità e gentilezza nei confronti del genere umano, momenti in cui, se solo avessi un'arma a tua disposizione, faresti fuori almeno la metà delle persone che ti stanno intorno, momenti in cui ti commuovi anche vedendo Tom e Jerry, momenti in cui ti senti come posseduta dal demonio...

Pensavo, considerata la mia precedente overdose di testi su gravidanza e dintorni, di risparmiarmi - almeno questa volta - dal tornare in questo circolo vizioso, ma mi sbagliavo, perchè mi sono resa conto che dalla prima gravidanza sono passati più di 5 anni, e in questo lasso di tempo sono stati pubblicati parecchi libri nuovi (mettiamoci pure il fatto che in 5 anni molte cose si dimenticano, altre addirittura si rimuovono..). Mettiamoci pure il fatto che qualcuno, dopo aver saputo che ero di nuovo incinta mi ha prestato alcuni libri sull'argomento, praticamente obbligandomi a rientrare nel giro.
Quindi sono tornata a leggere questo genere di libri, soprattutto quelli che trattano di alimentazione (per scongiurare un progresso problema di colestasi) e di yoga (come tecnica di rilassamento contro l'insonnia che mi tormenta da sempre).
Ho pensato di evitare di riprocurami i libri letti durante la precedente gravidanza, ma ho voluto fare un'eccezione per quello che più, tra tutti, mi ha regalato dei momenti di svago. Si tratta della Rough Guide to Pregnancy and Birth di Caz Cooke. E' un libro che alterna pagine di informazione sulle diverse fasi della gravidanza, a un vero e proprio diario di bordo avente per protagonista una donna che affronta la sua gravidanza con quell'alternanza di orrore e meraviglia che caratterizzano le giornate di una "puerpera". E' un libro a metà tra il romanzo e il manuale, scritto con uno stile a dir poco esilarante e accompagnato da divertenti vignette, che mette in rilievo gli aspetti più buffi e bizzarri di questo terribile e fantastico percorso del "dare alla luce", senza però disdegnare gli aspetti più seri della questione.

Grazie al fido amazon.co.uk questo libro è tornato a far parte del mio quotidiano. L'incubo del mio adorato consorte - che, già 5 anni orsono, di ritorno da una dura giornata di lavoro, doveva sorbirsi le mie letture ad alta voce - è tornato!!!!