Tuesday, 11 September 2012

Scene di vita rurale e madeleines

La mia madeleine é un filoncino di pane di grano con un filo d'olio e un pizzico di sale. Caldo, fumante, appena uscito dal forno a legna, dalla strana a forma a igloo, piccolo antro che sputa i filoncini da mangiare subito, bollenti a tal punto da scottarsi le mani, e conserva gelosamente per un giorno il resto del pane destinato alla dispensa, quello che poi diventa duro e necessita di essere bagnato per poter esser consumato.
Il ricordo che quel pezzo di pane porta con sè è quello di mattinate finesettimanali trascorse entrando e uscendo dalla stanzetta vicino al forno dove mani dosavano le farine, mani impastavano, mani modellavano la pasta, infine mani infornavano. 
Mani creavano da pochi, semplici ingredienti quello che, dopo una mattinata di fatica e chiacchiere, si avvicinava al cibo degli dei. 
Il giudizio degli adulti, a operazione ultimata, aveva sempre un che di negativo: troppo salato, troppo sciapo, troppo cotto, troppo crudo, troppo denso. Il giudizio di noi bambini, mai richiesto, quindi sempre inespresso, era invece sempre positivo: se solo avessimo avuto la possibilità di formularlo avremmo detto "buonissimo, delizioso, impareggiabile", ma già senza esprimerlo a parole avrebbe potuto essere dedotto dalla foga e l'entusiasmo con cui ci avventavamo sulle ciambelline e i pani decorati fatti espressamente per noi.  
Ancora oggi penso che non ci sia sapore migliore di quello del pane di grano appena uscito dal forno, arricchito e completato da olio e sale. Un cibo di una semplicità estrema e di una bontà altrettanto estrema.













Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario.
Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?
(...)
E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray ( giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.

La vista della focaccia, prima d'assaggiarla, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s'era disgregato; le forme - anche quella della conchiglietta di pasta - così grassamente sensuale sotto la sua veste a pieghe severa e devota - erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d'espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo.
(Proust - Alla Ricerca del Tempo Perduto)

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